Atrax robustus - Pt. 18

scritto da Nigthafter
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A fine mattina chiamò Luigi, poiché non si erano ancora sentiti dopo la morte del cane.
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Testo: Atrax robustus - Pt. 18
di Nigthafter

Atrax robustus - Pt. 18

La serata tra Lorenzo Maria e sua moglie fu all’insegna di una mestizia opprimente.
La morte del cane di Luigi gravava sulla tavola come un lutto ancora caldo. Ginevra appariva provata, come invecchiata in una sola sera. Il viso terreo, gli occhi gonfi e rossi, le spalle curve.
Piangeva ancora, in silenzio, senza quasi rendersene conto.
Lui la osservava con la stessa attenzione clinica con cui avrebbe studiato una farfalla infilzata su un ago.
Sotto la maschera di marito preoccupato, bolliva una soddisfazione viscerale, ferina, quasi crudele.
- Cara – disse prendendole la mano con fare paterno – devi riprenderti. Certo, per Leo è stata una cosa terribile, ma dobbiamo andare avanti. Sia Luigi… che noi.
- Lo so… – la voce le uscì rotta, gli occhi lucidi – ma non riesco a togliermi dalla testa quel povero animale. Come hanno potuto…
- Capisco. Però non hai quasi toccato cibo. Oggi sei stata digiuna tutto il giorno, amore. Sforzati almeno un po’.
- Ho lo stomaco chiuso. Mi sembra di avere un sasso qui dentro. Prendo solo una mela. Mi passi il cestino?
- Certo. – Glielo porse con un sorriso lieve, quasi affettuoso. – Magari la mela assorbirà l'acidità dello stomaco e ti aiuterà a sciogliere quel nodo.
Lei annuì debolmente e addentò il frutto senza appetito.
La guardava masticare e pensava a quanto fosse patetica, fragile, prevedibile e moglie infedele.
Più tardi, a letto, in un silenzio pesante, oscuro come la camera, Ginevra si era assopita da poco, il respiro irregolare, ogni tanto scossa da un singulto nel sonno agitato.
Lorenzo era sveglio. Fissava il soffitto nel buio, le mani incrociate dietro la nuca. Un sorriso sottile, invisibile, gli stirava le labbra.
Stava assaporando la prossima mossa.
Uccidere Luigi sarebbe stato solo il finale.
Prima voleva consumarlo vivo. Umiliarlo. Strappargli via a pezzi la reputazione, l’onore, l’illusione di essere qualcuno. E lo avrebbe fatto in pubblico.
Davanti a tutti i suoi pari, ai clienti ricchi e snob, alle mogli ingioiellate che da anni pendevano dalle sue labbra.
L’occasione perfetta era già scritta sul calendario: la Serata di Premiazione e Chiusura della Stagione Golfistica al Golf Club Le Fronde.
Seconda metà di novembre. Tutti i soci convocati, presenza “fortemente consigliata”. Uno scenario ideale.
Gli serviva solo un giovane attore di bell’aspetto, ambizioso e senza scrupoli. Qualcuno disposto a recitare il copione che lui stava già componendo con cura chirurgica. Pensò: “Shakespeare, togliti di mezzo”.
E nel buio della stanza, Lorenzo Maria sorrise apertamente.
Un sorriso freddo, rancoroso, col gusto della vendetta.
Il dramma che aveva in mente stava per cominciare.
E lui ne sarebbe stato l’unico, assoluto regista.

La mattina successiva, seduto alla scrivania nel suo studio in facoltà, sorseggiava con cupa soddisfazione un caffè spillato al distributore del corridoio.
Era la solita ciofeca amara e bruciata, eppure quella mattina gli parve di bere uno degli espresso del bar Mulassano, rinomato per essere il migliore della città.
La vendetta aveva il potere di rendere gradevole persino l'intruglio nella tazzina di plastica che aveva mano.
La nemesi che stava tessendo lo faceva sentire vivo, allegro, tonico come un ventenne. Un’energia feroce gli scorreva nelle vene.
Sua moglie, oltre alla musica classica, era una patita di teatro.
Conosceva a menadito tutte le compagnie, le accademie e i laboratori cittadini, e anche quelli di mezza provincia.
Per anni lo aveva trascinato a vedere spettacoli sperimentali di giovani attori emergenti. Lui ci era andato solo per compiacerla, soffocando sbadigli e controllando l’orologio ogni cinque minuti.
La maggior parte di quelle serate era stata un calvario di noia mortale, un supplizio forzato.
Eppure, pensò con un mezzo sorriso, ora era in debito con lei.
Grazie a quelle serate di sofferenza, sapeva esattamente dove trovare l’attore di cui aveva bisogno: giovane, di bell’aspetto e soprattutto privo di scrupoli.

Accese la sua prima pipa del mattino, ne gustò una aromatica, piena, boccata.
Prese le Pagine Gialle cittadine e cercò la voce: “Accademie e Scuole d’Arte”.
Ne ricordava una nella zona nord della città: una Accademia teatrale molto attiva che occupava la vecchia Cascina Roccafranca.
Trovò il numero telefonico e chiamò la segreteria, al terzo squillo una voce giovanile e brillante di donna rispose.
- Buongiorno, chiamo per un’informazione. Sto cercando un giovane attore, sui 18-25 anni, per una pubblicità locale. Sapete se alla Cascina ci sono corsi di teatro per ragazzi o giovani adulti?
Avrei bisogno di contattare qualcuno.
- Buongiorno! Sì, abbiamo diversi laboratori di teatro.
In questo momento ci sono Artefatti con la Compagnia dei Saltapasti e i corsi di FormEduca.
Però mi dispiace, non possiamo dare nominativi o contatti degli allievi direttamente.
- Capisco, è per privacy… - rispose lui con tono comprensivo - Però magari potrebbe passarmi il contatto del docente? Sarebbe per un’occasione retribuita, uno spot breve.
La donna esitò un secondo: - Certo, le posso dare il contatto del referente di Artefatti, che è Luca della Compagnia dei Saltapasti. È un laboratorio aperto anche a chi ha già un po’ di esperienza. Mi dia un attimo… il numero è 348 5598421, la email: “compagnia.dei.saltapasti@gmail.com.”. Gli dica pure che ha chiamato la segreteria della Cascina e che la segretaria le ha fornito il contatto. Altrimenti può lasciare il suo nome e numero, lo giro io al docente così le scrive lui se ci sono interessati.
- Perfetto, grazie mille. Ma Provo io a scrivere a Luca.
Conclusa la chiamata inviò rapidamente la mail al docente dal cellulare.
Ora non restava che attendere, inutile disturbarlo nella mattinata, di certo sarà stato impegnato con qualche lezione.
L'avrebbe cercato nel primo pomeriggio, intanto ripassava mentalmente come presentargli la richiesta.

A fine mattina chiamò Luigi, poiché non si erano ancora sentiti dopo la morte del cane.
- Ciao Luigi. Non volevo disturbarti ieri, ma… mi dispiace da morire per Leo. Come stai?
Dall’altra parte arrivò una voce spenta, distrutta.
- Come vuoi che stia… Era un figlio per me. Mi sembra di essere stato investito da un treno
- Lo capisco Luigi, solo chi ha amato un cane lo sa. Da giovane ho avuto un bastardino preso al canile che ho amato con tutta l'anima. Quando è morto sono impazzito. In questi casi le parole sono inutili, ma voglio dirti che ti sono vicino e che devi farti forza.
- Grazie, sto cercando di farlo buttandomi nel lavoro come un pazzo.
- Bravo, è quello che ci vuole. Ti lascio e se c'è qualcosa che posso fare, conta su di me.
- Grazie, sei un vero amico. Uno dei pochi su cui potrò sempre contare.
- Puoi dirlo forte amico mio, è la stessa cosa che penso di te. Ciao
- Ciao, salutami Ginevra.
- Non mancherò, contaci.

La telefonata si concluse e lui non riusci a trattenere una risata scomposta che gli fece tremare le spalle.

(Continua)

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